Dove eravamo rimasti? Ah, sì: alla mia fuga. Mi trovavo già a seicento chilometri da Torino, ma avevo comunque deciso di fuggire oltre, di allontanarmi ancora.
I libri e la scrittura di solito funzionano bene, bastano a trasformare tutto in un puntino lontano, almeno per qualche ora.
Ma ero stremato e sicuramente invecchiato: le parole sui fogli sembravano non avere più la forza di un tempo.
Pensai di rinforzare l'allontanamento mentale con quello fisico.
La bici stava nel garage, appesa a un gancio da film horror. A suo tempo mio suocero l'aveva trovata smontata tra due bidoni e rimessa in sesto (occorre specificare che Pino è un uomo della vecchia guardia, di quelli che, se accorciano un tubo di un centimetro, quel centimetro non lo buttano, quindi la revisione era stata effettuata a colpi di mazza e fil di ferro).
Tirata giù dal gancio, ero salito sulla bici dopo una gonfiata alle gomme. Avevo cominciato a pedalare sicuro che, tornato in garage massimo mezz'ora dopo, l'avrei riposta nel loculo per sempre.
Invece l'avevo tirata fuori il giorno successivo e quello dopo ancora. Al quarto, avevo bucato e con l'occasione del rattoppo avevo comprato una nuova sella (quella vecchia doveva averla progettata l'inquisizione per gli eretici).
Le fughe erano brevi. Scomparivo per infilarmi in vie secondarie e scoprire casette strane. Con sole due marce funzionanti e parecchie bestemmie nel marsupio, mi arrampicavo sulle zolle di vigneti e uliveti abruzzesi. Mi intrufolavo nei cantieri irti di macerie e tondini d'acciaio e indagavo sulle Peroni vuote lasciate dai muratori. Trascinavo la due ruote sugli scogli e lasciavo che la brezza mi gelasse addosso il sudore della maglietta.
Alternavo le fughe a soste nelle quali, comunque, cercavo di allontanarmi almeno con la testa.
I giochi non facevano miracoli ma funzionicchiavano.
Un pomeriggio incontrai Cristian. Lo conoscevo da quando era alto un metro e un'oliva ascolana. Adesso faceva il pizzaiolo nel campeggio. Ci separavano venticinque anni di età e seicento chilometri di distanza. Ci ritrovavamo tutte le estati per giocare.
Provammo insieme COMPILE, titolo tascabile di sole carte di Michael Yang, per 2 giocatori, mezz'ora circa di durata, edito da Pendragon, che aveva fatto carne di porco delle meccaniche di Animali in Guerra.
In ogni scatoletta nera c'erano 12 protocolli (ACQUA, LUCE, SPIRITO, PESTE...). A ogni protocollo corrispondeva un mazzetto tematico di 6 carte. I giocatori selezionavano 3 mazzetti cercando di equilibrare effetti di pesca, rimozione, bonus e malus. Le combinazioni possibili erano elevate.
I 6 protocolli venivano associati a coppie in 3 colonne che i giocatori provavano a risolvere (compilare). Come in Animali in Guerra le carte potevano essere giocate a faccia in su o di dorso, al fine di raggiungere una maggioranza. Il gioco era bello, probabilmente superiore al "padre".
Tornai nel garage. Riappesi la bici al gancio. Mio suocero era lì che smontava il vetro di una lavatrice.
Mi vide mentre passavo lo straccio sulla coda di ratto.
«Se vuoi puoi portartela a Torino».
Superai le uscite per Ancona, Bologna e Piacenza con la ruota che rimbalzava sul lunotto posteriore e un freno piantato nel poggiatesta.
Due giorni dopo, sotto casa, tra i bidoni dell'immondizia, trovai una seconda bici.
Con i pedali sfondati, senza sella, un freno staccato.
Forse le bici fanno così: quando vengono abbandonate, cercano chi ha ancora bisogno di loro.
CONTINUA...




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