domenica 7 ottobre 2018

E lui di paura ne aveva parecchia


Torino non voleva addormentarsi, credo per via degli incubi che si sarebbero trascinati fuori dalle grate dei tombini come ratti, all'allungarsi delle ombre.
A Torino il sole tramontava tardi, 20 minuti dopo che a Venezia. Lo spiegava l'Osservatorio Astronomico di Brera con un'animazione molto spartana e poche righe d'articolo scientifico. Era il senso di rotazione terrestre a far perdere il senso del sonno alla città.
Ma i torinesi non se la bevevano. Torino poteva sedurre chiunque e fargli dire qualunque cosa, molti personaggi importanti avevano abbassato lo sguardo di fronte alle sue labbra tumide, e se la città aveva fatto perdere il lume della ragione a Nietzsche, non avrebbe avuto difficoltà a confondere un giovane ingegnere dell'Osservatorio di Brera, pur fiero del suo 110 e lode, e col manuale di D&D nello zaino Seven.
Torino aveva geometrie non euclidee che stordivano i sensi, pendenze stradali, per far defluir l'acqua nei chiusini, che rendevano inclinati certi piani in maniera illogica, così che in alcuni tratti, ad esempio, le macchine dovevano frenare in salita per non sbandare, e le donne potevano usare il tacco 12 in discesa senza cadere. I palazzi più alti sembravano ripiegarsi sulle strade, quindi i torinesi li chiamavano grattaterra invece che grattacielo, i monumenti ai caduti si ingobbivano come soldati feriti alla pancia, mentre i lampioni sembravano esser stati progettati in modo da proiettare coni di luce sempre nella direzione meno utile.
Il criminale in fuga scelse Torino perché a 30 anni ci aveva lasciato il cuore. Il proprietario del cuore si chiamava Adrian e faceva il pappone. Il criminale lo aveva macellato sui sedili posteriori della sua Innocenti Elba, e poi ne aveva seppellito alcuni pezzi in un'aiola di Piazza Madama. La polizia, la madama, però non era arrivata. Per quel che ne sapeva, nessuno si era mai messo a scavare e nulla era venuto in superficie. I torinesi erano distratti, o si facevano gli affari loro, e Torino come alcuni distributori del caffè non dava mai il resto.

Il criminale entrò nel bar L'Brav'Om in cerca di un telegiornale che parlasse di lui.
Dietro il bancone c'era un cinese intento a lavare le tazzine. Il criminale gli chiese un bicerin per confondersi coi torinesi. Il cinese gli servì una grappa di rosa, che era divenuta bevanda altrettanto ufficiale. Il televisore appeso al soffitto era spento.

Uscì. Le strade si andavano svuotando.

Aspettò qualcuno da rapinare alla pensilina dell'autobus. Arrivò solo un ragazzino di quindici anni, che in tasca poteva avere solo l'abbonamento del pullman, un profilattico e la speranza di usarlo.
Poi il criminale vide passare una macchina della polizia, avanti e indietro, due volte, quindi si allontanò facendo finta di litigare al telefono con una donna.

I poliziotti in macchina stavano pattugliando la zona, ma per altre ragioni. Da una ventina di giorni nel quartiere Santa Rita, qualcuno, presumibilmente dei ragazzini, stava dando fuoco ai cassonetti dell'immondizia. Erano finite bruciate anche un paio di macchine parcheggiate.

Il criminale vide passare la volante per la terza volta. Aspettò che superasse l'incrocio, poi voltò l'angolo, e si mise a correre.

Si era allontanato abbastanza. Ed aveva ancora bisogno di soldi.
Vide sul marciapiede opposto due ragazze che camminavano da sole. Erano ben vestite. Si mise a seguirle.
Le ragazze superarono un cancello ed entrarono nel cortile di una scuola.
Entrò anche lui.
Doveva essere un club o un'associazione. C'erano molti ragazzi seduti ai tavoli a giocare ai giochi in scatola, altri stavano semplicemente in piedi a chiacchierare e a flirtare.
Nessuno sembrava fare caso a lui.
Il criminale si appoggiò al muro.
Forse poteva restarsene lì per un po'.

"Ciao. Prima volta?" gli chiese un ciccione avvicinandosi.
"Sì" rispose lui.
"Ci hai trovato su facebook?"
"Sì"
mentì.
"Hai già giocato a qualcosa?"
In carcere aveva giocato in tanti modi. Immaginò alcune cose che avrebbe potuto fare a quel ciccione, dopo avergli infilato uno straccio arrotolato in gola. Gli sorrise.
"Gioco dell'oca"
"Stai tranquillo, ti trovo un tavolo facile".

Al tavolo erano già seduti un uomo brizzolato sulla cinquantina, e una donna con i capelli rossi, probabilmente la sua compagna. Si presentarono. Il criminale disse di chiamarsi Marco e sfoggiò il sorriso che usava per le truffe.
La donna con i capelli rossi aveva il naso a patata. In senso ginecologico.

"Dunque, Majesty" cominciò a spiegare il brizzolato.


Introduttivo per 2-4 giocatori, di Marc Andrè, autore del molto acclamato Splendor, della durata di 30 minuti circa, edito in Italia da Asmodee.
Pochissime le regole, di questo gioco con meccaniche di collezione di set e maggioranze, immediato nella comprensione, veloce nel turno e con una cucchiaiata di cattiveria a dar la giusta sapidità. Nel proprio turno il giocatore prende una delle 6 carte personaggio a disposizione al centro del tavolo, pagandone un prezzo a seconda della sua posizione [vedi presa delle carte in 8 Minuti per un impero] e la colloca sull'edificio corrispondente della propria plancia [plancia virtuale, costruita con le 8 carte edificio].
Ogni edificio, innesca alcuni effetti che producono monete. L'effetto è moltiplicatore ed esponenziale, così che a metà partita, costruito un minimo di motore, le monete, rappresentate da gradevoli gettoni in plastica di taglio 1-2-10-50-100, cominciano a grondare tipo doccia di monete di Paperone.
La partita dura 12 turni, corrispondenti alla presa per ogni giocatore di 12 carte personaggio.
Al termine si calcolano le maggioranze di ogni edificio e si ottengono altre monete.
Regole rosicchiata al minino, interazione indiretta e diretta, buona longevità rappresentata dalle carte edificio fronte retro con doppio effetto, poca alea, materiali di ottima fattura.
Si fanno punti, tanti punti, tipo insalatona di Feld. E la partita è fresca e veloce.

Il criminale aveva nel curriculum quattro omicidi, sette rapine, dodici aggressioni, e una denuncia per vilipendio di cadavere, ma quanto a giochi da tavolo stava davvero fra il gioco dell'oca e il mercante in fiera semplificato.

Prese dal centro la carta Nobile.
"Bravo!" si complimentò la donna con i capelli rossi, e lui pensò che avrebbe potuto aggredirla facilmente, una volta usciti di lì, per mostrarle in che cosa era veramente bravo.

La partita durò quaranta minuti e fu vinta dal brizzolato.
Il criminale uscì a fumarsi una sigaretta. Nel cortile stavano una decina di ragazzi. Probabilmente qualcuno di loro aveva una macchina con un po' di benzina nel serbatoio, parcheggiata in piazzetta.
Lo raggiunge il ciccione. Sulla maglietta aveva nome e logo dell'associazione.
"Piaciuto il gioco?" gli sorrise.
"Carino" rispose lui, senza mentire.
"Ti piace leggere?" chiese il ciccione
"Qualcosa"
"Nel libro Insciallah,
Oriana Fallaci si chiede se anche Pietro Micca, militare dell'esercito piemontese, che durante l'assedio dei francesi a Torino, fece saltare in aria se stesso e la galleria che conduceva all'interno della cittadella, non potrebbe venir visto dai francesi come un terrorista kamikaze, per aver smembrato, schiacciato, carbonizzato e ridotto a tronchi privi degli arti gli allora granatieri francesi. La scrittrice fa questa considerazione, parlando dei bambini mussulmani di Beirut. E se avessero imparato a memoria la stessa filastrocca del Figlio di Dio, che si era fatto saltare in aria uccidendo 300 marines americani, in nome del Grande ayatollah Ruhollah Khomeyni?"
Il criminale fece spallucce. Cominciava ad esser stanco. Doveva trovarsi un posto per la notte.
Ed aggredire la rossa.
"Sono le circostanze che determinano cosa è buono e cosa no, oppure sono le persone, siamo noi?" chiese il ciccione
"Un bello sticazzi"
rispose il criminale.
Qualcuno si mosse alle sue spalle. Il criminale ne intravide la sagoma con la coda dell'occhio, ma si mosse troppo tardi.
Il bastone lo colpì violentemente alla testa.Vide il pavimento corrergli contro la faccia.

"Legalo stretto"

"Anche le caviglie"


Il buio pulsava. Gli girava la testa.
Per un attimo si ricordò di una certa rissa, scoppiata nel cortile del carcere per una stronzata. Lui e altri quattro tizi se l'erano date di santa ragione. Le guardie penitenziarie era intervenute altrettanto duramente. Quella volta aveva preso una manganellata all'orecchio destro, che lo aveva lasciato ko per 12 ore filate.

Nel buio girava tutto. Lo stomaco, la lingua impastata, la testa.
Anche le voci.

Le ultime parole che sentì furono il suo nome, la lista dei suoi precedenti, e "bagagliaio".

Lo infilarono nel bagagliaio di una delle tante macchine parcheggiate di fronte alla scuola. Vi spinsero contro un cassonetto dell'immondizia. E diedero fuoco con abbondante benzina.

Polizia e vigili del fuoco arrivarono che la macchina era avvolta dalle fiamme.
La Stampa, sezione Cronaca di Torino, il mattino seguente titolò: "Ennesimo rogo nel quartiere Santa Rita: ci scappa il morto"
Le 29 persone dell'associazione, interrogate per questioni di scartoffie, confermarono di non essersi accorte di nulla.
Il corpo non fu mai identificato, e presto dimenticato dalla cronaca.

I torinesi sapevano farsi gli affari loro.
E la città non dava mai il resto.

Majesty e kit per fughe notturne su Magic Merchant

9 commenti:

  1. Il monologo del ciccione su Insciallah di Oriana Fallaci, è parte del testo del libro.
    Un ottimo libro.

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  2. Gran classe come sempre. Però curricula è plurale e (a meno che li non fosse voluto, e fatico a capirne il motivo) mi pare sbagliato

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    1. I contro dello scrivere di notte.
      Corretto. Grazie.

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  3. Applausi!
    Mi piace molto quando intrecci alla storia riferimenti alla tua città.
    Elena P

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  4. Top! E Majesty mi ha sempre incuriosito

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  5. Sempre un piacere leggerti Andre
    GEA

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  6. Che dire? Grande come sempre Andrea, ormai D100 (il più grande dei Dadi ;-) )

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