lunedì 10 agosto 2026

La cosa più bella che ho visto al GiocAosta

È sempre difficile parlare di un evento al quale si è partecipato, salvo piccoli e costosi imprevisti, negli ultimi quindici anni, e avere ancora qualcosa da dire. Qualcosa di nuovo, intendo.
Perché dopo quindici anni le cose cominciano inevitabilmente a ripetersi e a raccontare per l’ennesima volta quanto sia bello e unico un evento del genere, si rischia di diventare stucchevoli, di passare per partigiani.

Quindi accennerò appena a un'intera città in gioco, ai volontari instancabili come Terminator, a una macchina organizzativa che, anno dopo anno, continua a funzionare come funzionano poche cose in Italia (facciamo gestire la Sanità a quelli del GiocAosta), nicchierò sulla perfetta organizzazione del prestito scatole, su centinaia di tavoli per il gioco libero piazzati ovunque anche inchiodati in verticale sui muri, su IDEAG e l’area prototipi, su autori, professionisti del settore e personalità ludiche presenti e disponibili, sulle numerose fontanelle nelle quali ricaricare le borracce.

E giacché ho risparmiato le parole, vi dirò la cosa più bella che ho trovato quest'anno al GiocAosta 2026.
Seduti a un tavolo, abbiamo preso in prestito una copia di Colt Express.
Il gioco portava i segni delle centinaia di partite.
I vagoni erano sbilenchi, le carte ovalizzate, sfinite dai rimescolamenti, la scatola aveva gli angoli consumati. 
E mancava una carta azione verde. 
Il proprietario del gioco aveva rimediato con una soluzione semplicissima: aveva preso una carta Proiettile dello Sceriffo (stesso dorso) e aveva chiesto a suo figlio di ridisegnarci sopra la carta mancante.
L'ho trovato stupendo. 
Avrebbe potuto scrivere all’editore e chiedere una carta sostitutiva, oppure cercare una scansione, stamparla, ritagliarla, o semplicemente fotocopiarla.
E invece aveva chiesto al proprio figlio di diventare co-autore del gioco.
Ed è stato lì che ho pensato a quante volte ci dimentichiamo che i giochi da tavolo sono fatti per essere giocati.
Ho pensato a quelli che imbustano tutto, pure il tabellone, che tagliano il nylon da un lato e lo lasciano sulla scatola a mo'di profilattico. A quelli che attaccano gli editori sui social perché, nella scatola di Caylus, nove cubetti di legno sono marrone faggio e uno, invece, è marrone castagno. A quelli che chiedono agli amici di igienizzarsi le mani prima di sedersi al tavolo. A quelli che prendono il caffè in piedi nel cucinino, ben lontani dal tavolo apparecchiato.
E non fraintendetemi: capisco la cura, l’amore per i giochi, il piacere di conservare e proteggere qualcosa a cui si tiene.
Ma quella carta disegnata a mano mi ha ricordato un’altra cosa.
Che un gioco non è soltanto quello che c’è dentro la scatola.
È quello che succede quando la scatola si apre. NOI siamo il gioco.
Ho desiderato conoscerti, proprietario di Colt Express, e dirti che stai facendo un bel lavoro con il tuo ragazzo (o ragazza).

6 commenti:

  1. Bellissimo! W i giochi giocati e consumati e pieni di ricordi

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  2. ... ed anche ben mantenuti!
    La scorsa settimana, il mio sodale durante una partita a Wargame: "Come fai a tirare su le pedine attaccate al dito?" Io: "Sudore!"
    Vuoi mettere l'impronta genetica... :-)

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  3. Grazie Dado. Abbiamo bisogno di te in questo mondo sempre più emotivamente freddo.
    Albe e Vale

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