venerdì 11 luglio 2014

Qui non vince mai nessuno

Sarà perchè sono l'ultimo arrivato alla festa delle medie e voi vi siete già tutti strafogati di fonzies, ma io continuo a trovare affascinanti le molte sfumature di questo posto.
Una delle cose che mi entusiasmano di più, al pari del mio nome scritto sul bicchiere di Fanta e dell'ampio parcheggio, per restare sulle tapparelle e i brufolazzi di Elio, è l'importanza della vittoria. Intendo la non-importanza.
Contrariamente ad altri giochi e più in generale ad altre "attività", nelle quali la vittoria è parte integrante del divertimento, nei board games il concetto di vittoria appare decisamente ridimensionato.
Naturalmente tutti sorridono quando possono segnare un'altra tacca sulla propria cintura, e perculare il prossimo con pesanti allusioni sulle ridotte dimensioni del suo pene, ma vincere non è condicio sine qua non. Vincere è solo uno dei due finali possibili.
Non solo.
I giocatori di board games vengono educati, sin dalle prime partite, alla sconfitta.
E il continuo avvicendarsi di nuovi titoli e il poco tempo che dedichiamo ad ogni singolo gioco, ci impediscono di specializzarci, di approfondire, di diventare sempre più forti e assottigliare le sconfitte.
Programmiamo le serate pensando: "A cosa giochiamo... mhmhmhm, potremmo tirar fuori Caylus, che saranno sei mesi che non ci giochiamo...Caylus è una bumba, dai". Lo tiriamo fuori, ci godiamo la bumba rimproverandoci che dovremmo tirarla fuori più spesso, e finita la serata Caylus torna nell'armadio per altri sei mesi.
Un tagliando, praticamente.

Poi naturalmente ci sono giocatori molto competitivi e sanguigni che se la rosicano alla grande, giocatori che nella notte rielaborano in replay tutta la partita alla cerca degli errori (sì, RedSkin, sto parlando di te), come ce ne sono alcuni (io fra questi) per i quali la vittoria è solo uno scarabocchio sul notes segnapunti del quale dimenticarsi dopo 5 minuti.
Ma credo in generale ci sia una maggior leggerezza nell'affrontare le gioie della vittoria e le pene della sconfitta, nei board games piuttosto che altrove.

Millenovecentonovant
Quand'eravamo molto più giovani e fighi, io e Ste si stava in giro con la macchina tutta la notte.
Uno dei nostri locali preferiti era Da Giau, un circolo Arci situato in un fazzoletto di terra conteso fra Torino e Nichelino.
Da Da Giau c'erano musica e concerti dal vivo, birra a prezzi accessibili, un po' di figa per lucidarsi gli occhi, e un dehor in cui prendere una boccata d'aria d'estate e farsi crivellare le caviglie dalle zanzare.
E poi c'era un calciobalilla.
Un vecchio modello, di quelli da bar, nei quali di solito manca la testa a qualche omino.
Noi non ci avvicinavamo quasi mai.
Nonostante fossimo piuttosto forti e ci piacesse giocare, passavamo volentieri la mano. Troppa gente sempre in coda, troppo da sudare e poi non era mai la serata giusta.
Oltre la coda chilometrica, il maggior deterrente era il meccanismo "chi vince resta" a non piacerci.
I giocatori potevano entrare solo in coppia, sfidando i vincitori della partita precedente. E potevano restare solo se vincevano.
A questo si abbinava il tacito accordo "chi entra buca", ossia: le 200lire della partita le mettevano gli sfidanti.

Una sera non diversa dalle altre che eravamo Da Giau a bighellonare con un paio di birre in corpo e le fighe negli occhi, notammo una folla più numerosa del solito attorno al calciobalilla. C'era un capannello di spettatori, dal quale si levava un discreto tifo.
Ci avvicinammo.
I "campioni", la coppia da battere, dovevano essere zio e nipote, o almeno così pensammo. Il nipote poteva avere la nostra età: jeans e maglietta, pacchetto di sigarette dal quale ne estraeva una a partita, e capelli legati a coda di cavallo a mo'di Fiorello in Karaoke. Lo zio superava i cinquanta: bassino, capelli grigi, baffi grigi, camicia a quadri, faccia da topo.
Erano forti, indiscutibilmente forti. Continuavano a eliminare una coppia dopo l'altra senza grosse difficoltà.
Il nipote, a parte per aspirare nicotina, non apriva bocca, ma lo zio faceva per due. Provocava ogni coppia: "Dovete crederci: ce la possiamo fare, ce la possiamo fare", commentava i goal "Uhuhuhuhu, questa non l'hai proprio vista arrivare, eh amico? Ahahah" e immancabilmente allo scoccare del punto partita canticchiava in falsetto "Sotto a chi toccaaaaaaaaaa".
Era odioso, e lo sapeva. Per contro era anche maledettamente bravo in porta, bisogna riconoscerlo.
Restammo un po' nelle vicinanze ad assistere al massacro di altre coppie.
Al quinto "Sotto a chi toccaaaaaaaaaa" non ne potevamo più.
Odiavamo Faccia di Topo, noi e tutti quelli intorno.
Quando chiesi a Ste se si sentiva carico e incazzato la domanda era pura retorica.
Mi disse "Andre: abbiamo una sola partita. Se non la imbrocchiamo subito andremo avanti e indietro tutta la sera con le monetine in mano. Dobbiamo batterli alla prima". Annuii.
Ci mettemmo in coda e finalmente toccò a noi. Ricordo che ero così agitato e le mie mani così strette attorno alle stecche che non mi accorsi che le palline uscivano dal mio lato, che toccava a me battere.
"Che dici: ne tiri una o aspettiamo che piova giù dal cielo" mi chiese il Topo con un ghigno.
Presi la pallina e la lanciai, come si lancia un sasso piatto per farlo rimbalzare sull'acqua.
E così giocammo. Cazzo se giocammo.
Non ho mai più giocato una partita come quella, e neanche lo Ste. Io e Ste giocammo dando tutto, giocammo dando il cuore. Loro erano più forti, più tecnici, più cattivi, ma noi giocammo davvero al 300%. E vincemmo.
Allo scoccare del sesto goal, nello stesso istante in cui la pallina bucò la loro porta, Ste si voltò verso di me e mi urlò in faccia: "DILLO!!!" e io urlai: "Sotto a chi toccaaaaaaaaaaa".
Ci fu un'esplosione di risate e applausi tutt'intorno.
Il Topo Grigio inchiodò i suoi occhi nei miei. Mi aspettavo dicesse qualcosa (o scavalcasse il biliardino per venirmi a stampare un pugno sui denti) ma non fiatò.
Lui e il nipote lasciarono il tavolo. Io e Ste riprendemmo a respirare mentre mille pacche sulle spalle ci fioccavano addosso. Eravamo stremati.

Dopo di loro affrontammo un'altra coppia decisamente più debole e vincemmo con molta fatica. Poi un'altra, vincendo ancora per il rotto della cuffia. Finchè il Topo e suo nipote ci tornarono davanti e ci massacrarono a dovere.
Ma non disse: "Sotto a chi toccaaaa"
Mi fece un cenno di saluto con la testa, ed io feci altrettanto.
Lasciammo il tavolo, e un'altra coppia prese il nostro posto.

Sushizock
Filler aperitivo di Knizia per 2-5 giocatori, della durata di una decina di minuti, al prezzo metalmeccanico di 15 euro (io l'ho trovato in un mercatino dell'usato a 5 euro, ancora incellofanato).
Nella scatola: 12 tessere sushi - 12 tessere lische - 5 dadi tematici.
A inizio partita si separano le tessere sushi da quelle lische, si mescolano separatamente i due gruppetti e si dispongono su due file (vedi seconda foto).
Scopo del gioco: far più punti degli altri raccogliendo tessere sushi, con il vincolo che per ogni sushi bisogna comunque raccogliere una lisca.
Quindi se raccogliete 4 tessere sushi, dovrete raccogliere anche 4 tessere lische.
Le tessere hanno valori differenti, positivi i sushi e negativi le lische.
Comprensibilmente bisogna cercare di raccogliere i sushi con i valori più alti e le lische con i valori più bassi.
I dadi sono il motore del gioco. Ci sono i canonici tre re-roll possibili, con l'obbligo di bloccare almeno un risultato di dado fra un tiro e l'altro.
A seconda del numero di sushi o lische uscite, si può prendere la corrispondente tessera di una delle due file: con 3 facce sushi e 2 lische, si può prendere o la terza tessera sushi o la seconda tessera lisca.
Le tessere sushi e lische raccolte vengono impilate.
Le facce "bacchette blu" e "bacchette rosse" servono per rubare le tessere agli avversari. Quando ne escono 3 blu è possibile rubare la tessera posta in cima alla pila delle tessere sushi di uno degli avversari. Idem la rossa per le tessere lische.
Nota: con 4 o 5 bacchette dello stesso colore, è possibile sottrarre all'avversario una qualunque tessera della pila corrispondente (senza poterla guardare, però).
Pur legato al continuo lancio di dadi, il gioco è meno banale di quanto possa sembrare.
Il vincolo delle tessere lische obbliga i giocatori a rollare sia per accaparrarsi i bonus che i malus, in un equilibrio non sempre facile da raggiungere. Inoltre il fatto di dover "pareggiare" le pile delle tessere conquistate e scartare i sushi in eccesso (le lische in eccesso invece vengono conteggiate!) insieme alla possibilità di rubare una tessera all'avversario con le bacchette, colora il fillerino di un bel marrone-bastardo. Anche la copertura offerta dal poter impilare le tessere aggiunge una certa dose di tattica: a volte conviene prendere un sushi +1 solo per poter proteggere la tessera sushi +5 conquistata il turno precedente (così l'avversario dovrà riuscire a rollare 4 bacchette invece di 3, per rubarla).
Il gioco ha molti (ma molti) elementi in comune con Il Verme è Tratto, ma a mio avviso ha una mezza marcia in più, e dovessi prenderne uno solo sceglierei sicuramente Sushizok.

Epigolo
Nel momento in cui scrivo queste righe, sono reduce fresco da una serata col Giullare Barbuto e la Giullaressa, il cane Botolo, un grappolo di birre Kauss (fra poco ne stapperò una, probabilmente la bianca, di compagnia alle ultime pagine del bel romanzo Il Sistema Riproduttivo) con RedSkin e le sue rimembranze su Colpo Grosso a Topolinia, a fluidificare le sinapsi.
Quindi tronco un po' a metà il post, senza un vero finale.
Sono stato molto preso questa settimana, ho macinato circa milleottocento chilometri, sono stato in abruzzo, ho preso 4 treni, mangiato un numero spropositato di rustelle a casa del vigile, spaccato vasi cinesi con Viking, collegato i quartieri esagonali di Suburbia, non ancora strappato il cellophane a Notre Dame (finalmente l'ho preso!), e tanta altra roba.
A presto.

4 commenti:

  1. stupendo il racconto della tua vittoria al calcio balilla, mi ha fatto godere ^^

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  2. Il calcio balilla è il top per tirare fuori il meglio di un uomo! :)
    E concordo ovviamente anche sul discorso della vittoria e sconfitta... ho stampata nella mente una delle più belle frasi del maestro Randolph: "si gioca per vincere... ma giocando per vincere si impara a perdere... se si è imparato a perdere si è imparato a vivere".

    Bentornato Andre, ci hai fatto aspettare un bel po' prima di regalarci un nuovo post da gustare! ;)

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  3. Mi hai battuto solo perchè ero stanco.
    by zio Topo

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  4. Bella la storia del calciobalilla ma la parte che ho apprezzato di più è quella sulla capacità di saper perdere...

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